L'ayahuasca

La liana dello spirito

Cos'è, come si svolge una cerimonia, cosa racconta chi l'ha bevuta, per chi non è adatta e cosa dice la legge.

Dell'ayahuasca si dice di tutto. C'è chi la racconta come un miracolo e chi come un pericolo, e quasi sempre chi ne parla di più è chi non l'ha mai incontrata. Io la incontro da tanti anni, nella foresta e accanto ai maestri che me l'hanno affidata. In questa pagina ti racconto cos'è, senza promesse e senza paure: quello che so, quello che ho visto, e quello che devi sapere prima di avvicinarti.

Il nome

Ayahuasca viene dal quechua, l'antica lingua delle Ande. Aya significa anima, spirito, ma anche antenato. Huasca significa liana, corda. La liana dello spirito, la corda che lega questo mondo all'altro.

Ogni popolo la chiama a modo suo. In Colombia e in Ecuador è il yagé. In Brasile, nelle chiese sincretiche, è il Daime. Molti nella foresta la chiamano abuelita, la nonnina. I Cofán invece la chiamano abuelo, il nonno. Stessa pianta, volti diversi: ognuno la vede attraverso la propria tradizione.

Cos'è, nel concreto

L'ayahuasca è un decotto scuro e amaro, cucinato per ore. Gli ingredienti principali sono due piante dell'Amazzonia. La prima è la liana, Banisteriopsis caapi. La seconda sono le foglie di un arbusto, la chacruna (Psychotria viridis).

Le foglie di chacruna contengono DMT, la dimetiltriptamina, la molecola legata alle visioni. Da sola, bevuta, la DMT non farebbe quasi nulla: il nostro stomaco ha un enzima, la monoamino ossidasi (MAO), che la smonta subito. La liana contiene sostanze che bloccano per qualche ora proprio quell'enzima. Così la DMT può arrivare dove deve arrivare.

Tra decine di migliaia di piante della foresta, qualcuno ha trovato proprio queste due, e il modo di cucinarle insieme. I ricercatori se lo chiedono ancora oggi. I curanderos rispondono in modo semplice: sono state le piante a insegnarlo.

Per la tradizione, infatti, la vera maestra è la liana. Non a caso la bevanda porta il suo nome e non quello della foglia.

La chimica rende possibile l'esperienza, ma non è l'esperienza. Come i circuiti di un computer: non sono Internet, ma ti permettono di entrarci.

La cerimonia

L'ayahuasca, nella tradizione, non si beve da soli e non si beve per caso. Si beve di notte, in cerimonia, guidati da un curandero, l'ayahuasquero, che ha passato anni a imparare la pianta.

I partecipanti siedono in cerchio, su materassini o cuscini. All'inizio chi guida protegge e prepara lo spazio con canti e preghiere. Poi, uno alla volta, ognuno si avvicina e riceve la sua tazza. Quando tutti hanno bevuto, si spengono le luci.

I primi effetti arrivano di solito dopo mezz'ora, un'ora. La cerimonia dura alcune ore, spesso tra le quattro e le sei. Per tutto il tempo chi guida canta gli ikaros, i canti di medicina della tradizione amazzonica: sono la mappa con cui la notte viene condotta.

Una parte della cerimonia è la purga. Molte persone vomitano, o devono andare in bagno. Nella tradizione non è un effetto collaterale da nascondere: è il corpo che lascia andare, e spesso con lui qualcosa che pesava da tempo.

Ogni notte è diversa, e ogni persona vive una notte diversa. Per qualcuno il lavoro è nel corpo, per qualcun altro nelle emozioni. C'è chi vede immagini e simboli, chi riceve comprensioni silenziose, chi non vede nulla e torna a casa con una chiarezza nuova.

Cosa racconta chi l'ha bevuta

Non ti faccio promesse. Ti riporto quello che le persone raccontano, da secoli e ancora oggi:

  • ·Una sensazione di pulizia, nel corpo e dentro, che può durare a lungo.
  • ·Emozioni trattenute per anni che finalmente si muovono.
  • ·Il vedere se stessi senza scuse, come davanti a uno specchio.
  • ·Un senso profondo di gratitudine per la vita e di appartenenza alla natura.
  • ·Più chiarezza su cosa si vuole fare della propria vita, a volte con cambiamenti anche grandi.
  • ·Una creatività che si risveglia.
  • ·Il vedere i condizionamenti, le abitudini e le storie ereditate che non ci servono più.

Ma attenzione: l'ayahuasca non è una bacchetta magica. Non tutti trovano quello che cercano, e chi arriva carico di aspettative spesso trova altro. La pianta ti mostra indizi. La lezione la devi trarre tu, e poi viverla, a casa, il lunedì mattina. È lì che si capisce se il viaggio è servito.

Cosa dice la ricerca

Negli ultimi anni la scienza ha cominciato a studiare l'ayahuasca, soprattutto in relazione all'umore e alle dipendenze. I primi risultati sono interessanti, ma gli studi sono ancora pochi e su piccoli gruppi di persone. Vengo dalla ricerca e te lo dico con onestà: oggi l'ayahuasca non è una cura riconosciuta per nessuna condizione, e non sostituisce un percorso con un medico o uno psicoterapeuta.

Il mio incontro con la pianta

Ne avevo sentite di ogni tipo. Chi la esaltava, chi la demonizzava. Ero confuso, e un po' avevo paura. Non avevo mai usato droghe e l'idea di bere una pianta per incontrare la mia anima mi sembrava strana.

Sono passato dal Perù, dalla Colombia, dall'Ecuador, senza saperlo nella patria del yagé. E ogni volta la pianta non arrivava. Nella foresta si dice che non sei tu ad arrivare alla pianta: è la pianta che ti chiama, quando è il momento. Io non ero pronto.

Poi, quasi per caso, mi sono ritrovato in una comunità di curanderos. Lì ho conosciuto Esaù, l'uomo che mi ha fatto bere per la prima volta.

Se dovessi usare una parola sola per quella notte, sarebbe amore. Per me stesso, per gli altri, per la natura. Ho ricevuto risposte a domande che mi portavo dietro da anni. Mi sono visto per quello che ero, senza il velo della mente che inganna. Ho pianto, dentro e fuori. E ho riso, a squarciagola, come non mi era mai successo.

Non è stato facile. È stato vero.

Negli anni successivi sono tornato in Amazzonia e nelle Ande dopo un lungo periodo in India, e per più di un anno ho fatto apprendistato con alcuni dei maestri più rispettati della foresta, tra cui il Taita Querubín, anziano dei Cofán. Ho imparato dalle tradizioni Huni Kuin, Shipibo, Shanenawa, Cofán, Q'ero e Yawanawá, dal Camino Rojo, e ho completato l'iniziazione andina dei Munay Ki. Ho cominciato a servire solo quando i miei maestri mi hanno detto che era il momento.

Prima di tutto, la sicurezza

L'ayahuasca non è per tutti. E non è una questione di coraggio: per alcune persone è pericolosa.

Non è adatta, in generale, a chi:

  • ·ha avuto o ha in famiglia disturbi psichiatrici come psicosi, schizofrenia o disturbo bipolare;
  • ·ha problemi di cuore o pressione alta non controllata;
  • ·soffre di epilessia;
  • ·assume antidepressivi o altri farmaci che agiscono sulla serotonina, o farmaci e rimedi che possono interagire con la liana (anche alcuni integratori naturali, come l'iperico).

Il punto dei farmaci è il più delicato: la combinazione può essere seria. E un farmaco non si sospende mai da soli per poter partecipare a una cerimonia: se ne parla prima con il proprio medico.

Nei giorni prima e dopo la cerimonia si segue una dieta: niente alcol, niente droghe, e si evitano alcuni cibi che con la liana non vanno d'accordo.

E una regola che vale sempre: l'ayahuasca non si beve da soli, a casa, comprata online. Si beve in cerimonia, con chi sa guidarla.

Per tutto questo, chi viene con me in Perù passa prima da una conversazione in cui parliamo anche della sua salute e dei farmaci che prende. Se non è sicuro per te, te lo diciamo.

L'ayahuasca e la legge

In Italia l'ayahuasca è vietata. Dal 2022, con un decreto del Ministero della Salute, le piante che la compongono e le loro preparazioni sono nella tabella delle sostanze stupefacenti. Quello che leggi in giro sulla sua legalità in Italia si riferisce a sentenze precedenti e oggi non vale più.

In Perù è un'altra storia. Dal 2008 i saperi e gli usi tradizionali dell'ayahuasca delle comunità native amazzoniche sono riconosciuti patrimonio culturale della nazione. Lì la pianta vive dentro la sua cultura e dentro la sua legge.

Per questo servo soltanto in Perù. Questo sito non vende piante, non spedisce nulla e non ti invita a fare nulla di illegale nel tuo paese.

Domande frequenti

L'ayahuasca è una droga ricreativa?
No. Non si beve per divertirsi e non è piacevole: è un lavoro che coinvolge il corpo, le emozioni, la mente. Lo sballo cerca l'intensità e finisce lì. Con l'ayahuasca l'intensità è solo il mezzo: il lavoro vero comincia dopo, a casa.
Crea dipendenza?
Non crea il bisogno di tornare a berla per stare bene. Molte persone dopo una cerimonia sentono il desiderio di cambiare abitudini, non di ripeterla. Ma non è un gioco, ed è proprio per questo che va rispettata.
Basta una volta?
A volte sì. Una notte può cambiare la direzione di una vita. Spesso però si dice che l'ayahuasca è una scuola a puntate: come gli strati di una cipolla, ogni volta si va un po' più in profondità. Non c'è un numero giusto, e nessuno ti deve spingere a tornare.
Non è una scorciatoia? Non sarebbe meglio meditare?
Insegno meditazione da anni e la considero uno strumento enorme. Ma anche la meditazione può diventare un altro modo dell'ego per sentirsi bravo. La pianta no: lei non si lascia manipolare. E di comodo non ha nulla.
Come faccio a sapere se sono pronto?
Pronti, per le cose importanti, non lo si è mai del tutto. Ma esserci con il cuore aperto non basta: conta anche il momento della tua vita, la tua salute, i farmaci che prendi, quello che cerchi davvero. Per questo il primo passo non è un biglietto aereo. È una conversazione.

Il primo passo è una consulenza di orientamento, gratuita, con una persona vera. Guardiamo insieme dove sei, cosa cerchi e se possiamo aiutarti. Se sì, te lo diciamo. Se no, te lo diciamo lo stesso, e ti indichiamo la strada giusta per te.

Se stai considerando un cammino con le piante, il primo passo è capire dove sei e dove vuoi arrivare. Una conversazione con una persona vera, per orientarti. A volte la risposta è un ritiro. A volte è aspettare. A volte è un'altra strada.

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